I visti americani che non richiedono uno sponsor

Percorso · investimento

E-2 — investitore da trattato

Nessun importo minimo fissato dalla legge, nessun datore di lavoro, rinnovabile all'infinito e con il coniuge autorizzato a lavorare. Per un imprenditore italiano è, quasi sempre, la via più concreta che esista.

L'E-2 esiste perché fra Italia e Stati Uniti c'è un trattato di amicizia, commercio e navigazione. Non è una concessione né una categoria di favore: è un diritto reciproco fra due Paesi, e l'Italia è fra i Paesi ammessi sia all'E-1 sia all'E-2. Molti italiani scoprono tardi di avere in tasca, per il solo fatto di essere italiani, una possibilità preclusa a gran parte del mondo.

I cinque requisiti, spiegati per come vengono davvero valutati

1. La nazionalità dell'impresa

Almeno il cinquanta per cento dell'impresa statunitense deve appartenere a cittadini italiani. Non basta che l'investitore sia italiano: conta la catena della proprietà. Se l'attività è detenuta tramite una holding, la nazionalità si legge risalendo fino alle persone fisiche. È il punto su cui si rompono più pratiche di quante ci si aspetti, e va sistemato prima di investire, non dopo.

2. L'investimento deve essere sostanziale

Qui non c'è una cifra. C'è una proporzione: quanto hai messo rispetto a quanto costa avviare o acquistare quell'impresa. Comprare un'attività da centocinquantamila dollari pagandola per intero è un investimento sostanziale; metterne trecentomila in un progetto che ne richiede tre milioni, spesso no. Più l'impresa è piccola, più alta deve essere la percentuale.

3. Deve essere irrevocabilmente impegnato e a rischio

I soldi devono essere già usciti dalle tue mani, esposti alla possibilità di perdita, e vincolati all'attività. Un conto corrente intestato alla società americana con il capitale fermo sopra non è un investimento: è un conto corrente. Contano gli acquisti fatti, i contratti di locazione firmati, le attrezzature comprate, i depositi non recuperabili, i pagamenti in escrow vincolati alla concessione del visto.

4. L'impresa deve essere reale e operativa

Un'impresa reale produce beni o servizi a scopo di lucro. Non lo sono la società costituita e mai avviata, l'investimento puramente passivo, l'immobile tenuto per la rivalutazione. Serve una sede, servono i permessi, serve una struttura che funzioni.

5. Non deve essere marginale

L'impresa deve avere la capacità di generare più del semplice sostentamento dell'investitore e della sua famiglia, oppure di produrre un contributo economico apprezzabile — tipicamente in termini di occupazione — entro un orizzonte di cinque anni. È qui che il piano industriale smette di essere un allegato di cortesia: è la prova principale, e va costruito con proiezioni difendibili, non ottimistiche.

Il vantaggio che quasi nessuno racconta

L'E-2 non ha un limite massimo di durata. L'H-1B si esaurisce in sei anni, l'L-1A in sette; l'E-2 si rinnova finché l'impresa esiste ed è vitale. Chi costruisce qualcosa di duraturo può passarci vent'anni. In più, il coniuge è autorizzato a lavorare in forza dello status stesso — dal 2022 senza dover attendere un permesso separato — e può fare qualunque lavoro, per chiunque. Per una famiglia che si trasferisce è spesso la differenza fra sostenibile e insostenibile.

Il rovescio: l'intento non immigratorio

L'E-2 non ammette il doppio intento. Quando chiedi il visto devi avere l'intenzione di lasciare gli Stati Uniti quando lo status finirà — un'intenzione che il diritto americano considera soddisfatta anche solo dalla volontà di partire alla fine, senza bisogno di mantenere una casa in Italia.

Questo non ti impedisce di ottenere in seguito una green card: moltissimi titolari di E-2 approdano all'EB-1A, all'NIW o all'EB-5. Impone però attenzione ai tempi e al modo in cui quella intenzione cambia, e rende delicati i rinnovi consolari richiesti mentre una domanda di residenza permanente è pendente. È un problema di prova e di sequenza, non un divieto.

Dove si chiede, e la scelta che ne consegue

Ci sono due strade, e non sono equivalenti. La prima è la domanda diretta al consolato (in Italia si presenta all'ambasciata di Roma, che tratta le pratiche E per tutto il Paese): si esce con un visto in passaporto e si entra in status E-2. La seconda è il cambio di status dall'interno, con petizione I-129 presentata dalla società: si ottiene lo status ma non il visto, e alla prima uscita dagli Stati Uniti bisogna comunque fare la domanda consolare per rientrare.

Chi ha fretta e si trova già negli Stati Uniti con un B-1 valido talvolta sceglie la seconda strada e regolarizza la prima uscita in un secondo momento. Chi può permettersi di aspettare fa in genere la domanda consolare: il fascicolo è lo stesso, l'esito è più pulito.

A chi non conviene

  • A chi non ha capitale proprio tracciabile. La provenienza lecita dei fondi va documentata dall'origine. Un prestito garantito dai beni personali va bene; un prestito garantito dagli attivi dell'impresa acquistata, no.
  • A chi vuole solo un permesso di soggiorno. L'impresa deve essere vera, e l'ufficiale consolare lo capisce alla terza domanda.
  • A chi punta alla green card nel breve periodo. Esistono percorsi che ci arrivano direttamente: se il tuo profilo li regge, l'E-2 è un giro largo.

Dove verificare, e a chi rivolgersi

Questo sito non offre consulenza, non risponde a quesiti individuali e non ti mette in contatto con nessuno. È fatto per farti arrivare preparato alle fonti che contano:

  • il Dipartimento di Stato per i visti richiesti in ambasciata o consolato;
  • USCIS per le petizioni e i cambi di status richiesti dall'interno degli Stati Uniti;
  • il sito dell'Ambasciata USA in Italia per le procedure consolari italiane;
  • l'elenco degli avvocati abilitati consultabile tramite l'ordine forense dello Stato statunitense competente, o l'elenco di riferimento dell'AILA.

Se il tuo caso vale una firma, vale anche un avvocato che risponda del proprio parere. Diffida di chi promette esiti, tempi certi o «visti garantiti»: nessuno può prometterli.