I visti americani che non richiedono uno sponsor

Percorso · investimento

E-2 in franchising

Un marchio collaudato risolve metà dei problemi di un fascicolo E-2 — la prova che l'impresa è reale e che non sarà marginale. L'altra metà la crea: contratti scritti dal franchisor, costi che non sono investimento, venditori pagati a provvigione.

Il franchising è la forma in cui molti italiani incontrano per la prima volta l'E-2: un marchio già conosciuto, un manuale operativo, un fornitore, una formazione. Per l'ufficiale consolare ha un pregio evidente — un modello che funziona altrove rende credibili le proiezioni — e un difetto altrettanto evidente: molte delle somme che paghi non comprano nulla che resti nell'impresa.

Che cosa conta come investimento

La regola generale non cambia: il capitale deve essere irrevocabilmente impegnato e a rischio, e sostanziale in rapporto al costo complessivo dell'attività. Nel franchising la domanda diventa: quali voci del prospetto di spesa sono investimento, e quali no?

  • Il diritto d'ingresso pagato al franchisor conta: è una somma spesa per l'impresa e non recuperabile.
  • Allestimento, attrezzature, scorte iniziali, deposito cauzionale del locale contano, se sono pagati o vincolati.
  • Il capitale circolante fermo sul conto della società conta poco o nulla finché non è speso o vincolato: vale la stessa regola del conto corrente descritta nella pagina sull'E-2.
  • Le royalty future non sono investimento: sono un costo di gestione che riduce il margine, e quindi pesano semmai contro di te sulla marginalità.

Quando il visto non è ancora concesso, lo strumento tipico è il deposito vincolato: il prezzo o il diritto d'ingresso vengono versati in un conto di garanzia che si libera solo con il rilascio del visto. Il consolato lo accetta se il vincolo è reale e l'unica condizione di restituzione è il diniego.

Il documento che il franchisor deve darti

Negli Stati Uniti la vendita di un franchising è regolata da una norma federale della Federal Trade Commission, che obbliga il franchisor a consegnare il Franchise Disclosure Document almeno quattordici giorni prima della firma o di qualunque pagamento. È un fascicolo lungo e standardizzato: storia del franchisor, contenziosi, procedure concorsuali, tutte le voci di costo, eventuali dati di rendimento delle unità esistenti, elenco degli affiliati attuali e di quelli usciti dalla rete.

Per un fascicolo E-2 è una miniera. Gli ex affiliati sono le persone da chiamare prima di firmare; i dati di rendimento, se ci sono, sono la base più difendibile per il piano industriale; l'elenco dei contenziosi dice molto della relazione che ti aspetta. Chi conosce la legge italiana sull'affiliazione commerciale ritroverà la stessa logica — l'obbligo di informazione prima del contratto — con regole diverse. E le regole che contano sono quelle americane dello Stato in cui aprirai: il diritto civile italiano non governa un contratto firmato con un franchisor del Texas.

Il contratto non è un allegato

Il contratto di franchising è scritto dal franchisor ed è quasi sempre non negoziabile nelle clausole economiche. Va letto come si leggono i contratti che vincolano per dieci anni: durata, rinnovo, recesso, patto di non concorrenza dopo la cessazione, foro competente, cessione dell'unità. Una clausola che vieta di cedere l'attività senza l'approvazione del franchisor, per esempio, pesa anche sul visto: il giorno in cui vorrai vendere, il tuo status dipenderà da un terzo.

Il marchio è in licenza, non tuo

Quello che compri non è il marchio: è una licenza d'uso, con il metodo e il know-how che lo accompagnano. Il franchising è, prima di tutto, un rapporto di proprietà intellettuale: se la licenza viene revocata per inadempimento, l'impresa perde l'insegna, e un'attività senza insegna può diventare marginale da un giorno all'altro. Nel piano industriale conviene dire che cosa succede in quello scenario.

Dove i fascicoli in franchising si rompono

La marginalità delle unità piccole. Un franchising a domicilio, con il titolare unico operatore, fatica a dimostrare di poter generare più del sostentamento della famiglia o di creare posti di lavoro. Lo stesso vale per i franchising di servizi a basso investimento venduti proprio come «soluzione per il visto».

I soli diritti territoriali. Il diritto di aprire un certo numero di unità in un'area, senza ancora un'unità aperta, non è un'impresa operativa: finché non esiste almeno un punto vendita avviato, o i passi concreti per aprirlo, al consolato si presenta un'aspettativa, non un'attività.

L'unità di seconda mano. L'acquisto di un'unità già esistente da un affiliato che esce dalla rete va trattato come qualsiasi acquisto d'azienda: bilanci veri, ragioni della vendita, prezzo coerente con il valore. L'avvertimento sulle attività vendute a prezzo gonfiato vale anche qui, con l'aggravante che il venditore ha spesso fretta.

Chi ti vende il franchising

Una parte dei «consulenti di franchising» è pagata dai franchisor con una provvigione sulla vendita. Non è illecito, ma significa che il loro interesse è che tu firmi, non che il tuo visto regga. Se il franchisor ti ha fornito dati di rendimento falsi o fuorvianti la tutela esiste — una domanda di risarcimento danni — ma arriva dopo, quando il capitale è già speso e il visto magari già negato.

Il denaro che arriva dall'Italia

Molti finanziano l'operazione con un mutuo sulla casa italiana o con prestiti garantiti personalmente. È ammesso: il prestito garantito da beni personali è capitale dell'investitore. Ma conviene fare i conti con lo scenario peggiore. Se l'unità chiude, il debito resta in Italia, e con esso il rischio di dover ricorrere agli strumenti per la crisi da sovraindebitamento. Il fatto che il capitale debba essere a rischio non è una formula: è letterale.

Sul versante americano, la scheda sulla disciplina del visto E-2 riassume i requisiti per come li applicano i consolati; per la procedura nel suo complesso resta valida la pagina di questo sito sull'investitore da trattato. Se hai scelto il cambio di status dall'interno e la petizione resta ferma oltre i tempi pubblicati, il primo passo è capire se la pratica è davvero bloccata o soltanto lenta.

Dove verificare, e a chi rivolgersi

Questo sito non offre consulenza, non risponde a quesiti individuali e non ti mette in contatto con nessuno. È fatto per farti arrivare preparato alle fonti che contano:

  • il Dipartimento di Stato per i visti richiesti in ambasciata o consolato;
  • USCIS per le petizioni e i cambi di status richiesti dall'interno degli Stati Uniti;
  • il sito dell'Ambasciata USA in Italia per le procedure consolari italiane;
  • l'elenco degli avvocati abilitati consultabile tramite l'ordine forense dello Stato statunitense competente, o l'elenco di riferimento dell'AILA.

Se il tuo caso vale una firma, vale anche un avvocato che risponda del proprio parere. Diffida di chi promette esiti, tempi certi o «visti garantiti»: nessuno può prometterli.